Donne, armi e sogni repressi: Shirin Neshat racconta la fragilità dell’umanità al PAC di Milano
Dal 28 marzo all’8 giugno 2025, il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano ospita “Body of Evidence“, un’esposizione intensa, toccante e necessaria. È la più vasta mostra personale mai organizzata in Italia su Shirin Neshat, artista visiva e regista nata in Iran nel 1957 e residente negli Stati Uniti dal 1974. Curata da Diego Sileo e Beatrice Benedetti, la rassegna raccoglie trent’anni di ricerca artistica: un corpus articolato di fotografie, video-installazioni e film che attraversano la storia personale dell’artista e quella, collettiva, dell’Iran e delle sue diaspore.
Corpo del reato: il corpo femminile come campo di battaglia
Il titolo della mostra, “Body of Evidence“, ha molteplici significati: corpo come prova del reato, ma anche come documento tangibile delle trasformazioni sociali, delle imposizioni religiose e delle ferite della storia. Per Neshat il corpo femminile è al centro del discorso: velato, censurato, erotizzato, armato. Ogni opera diventa un atto politico, una narrazione visiva dell’oppressione ma anche della resilienza.
A Milano vengono esposti per la prima volta tutti i lavori della serie “Women of Allah” (1993-1997): fotografie in bianco e nero di donne con il chador, gli occhi fissi sull’obiettivo, parole di poetesse iraniane tatuate sulla pelle visibile e armi impugnate. Una contraddizione feroce, che esplora la fede, la rivoluzione e la condizione femminile nell’Iran post-1979. Una donna può essere al tempo stesso vittima e carnefice, rivoluzionaria e prigioniera.
Tra sacro e profano: i video come meditazione politica
Il percorso si apre con il potente video “Fervor” (2000), in cui un uomo e una donna, separati da un velo durante un sermone pubblico, esprimono la distanza emotiva e spirituale tra i sessi. Il bianco e nero elimina le distrazioni e rende universale l’esperienza, mentre la colonna sonora ipnotica amplifica l’intensità del conflitto.
Altra tappa fondamentale è la serie “The Book of Kings” (2012), ispirata all’omonimo poema epico persiano del X secolo. Qui i ritratti fotografici di giovani iraniani sono divisi in tre gruppi simbolici: le masse, i patrioti, i malvagi. I volti sono incisi da calligrafie tratte da testi di autori incarcerati, sottolineando la dialettica tra eroismo, resistenza e oppressione.
L’America vista da un’esule: il sogno come arma critica
Il lavoro più recente, “Land of Dreams” (2019), si svolge negli Stati Uniti: una video-installazione a due canali in cui una fotografa iraniana-americana interroga gli abitanti del New Mexico sui loro sogni. Una riflessione dolceamara sull’identità, sull’appartenenza e sull’illusione del sogno americano. La critica al sistema politico statunitense, in particolare all’amministrazione Trump, emerge in modo sottile ma deciso. «Credevo che l’America fosse il luogo della diversità, ma ora il mio pensiero è cambiato» ha dichiarato l’artista durante la conferenza stampa.
L’arte come atto universale di resistenza
«Non voglio essere etichettata come artista iraniana o musulmana. I temi di cui parlo appartengono a tutti», ha affermato Neshat. La sua è una visione che va oltre i confini nazionali: le sue opere parlano di umanità condivisa, dolore universale, ma anche di emancipazione e speranza. In un momento in cui i diritti umani sono sotto attacco in molte parti del mondo, la sua arte diventa testimonianza e monito.
Un’occasione da non perdere: eventi e incontri
La mostra sarà accompagnata da un programma di eventi collaterali. Il 28 marzo l’artista incontrerà gli studenti al PAC, mentre il 31 marzo presenterà al Cinema Arlecchino il film “Land of Dreams” (2021), diretto insieme a Shoja Azari. Sono previste inoltre visite guidate, talk tematici e workshop.
