Si può usare il 35mm per fare food photography? Ecco la guida per usare questa lente in cucina
Il 35mm è una delle lenti più discusse, (vituperate, titillate, denigrate, amate dai nerd alternativi, ecc) in ambito food photography: per alcuni è imprescindibile, per altri è una trappola da cui stare alla larga. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Certo, il 35mm è una lente strana.
Non perché sia difficile da usare, ma perché tende a dividere i fotografi in due tribù: quelli che la considerano troppo larga, poco elegante e incline alle deformazioni, e quelli che praticamente non la staccano mai dalla macchina fotografica.
Entrambi, in parte, hanno ragione.
Su una fotocamera full frame, un 35mm è un grandangolo moderato: mostra molto più ambiente rispetto a un 50, 85 o 100mm e obbliga a ragionare non soltanto sul piatto, ma su tutto quello che gli succede intorno. Su APS-C, invece, l’angolo di campo equivale grossomodo a quello di un 50-55mm su full frame, a seconda del fattore di crop, e il comportamento diventa decisamente più tranquillo.
Questa differenza è fondamentale. Se fotografate una carbonara da venti centimetri di distanza con un 35mm full frame, rischiate di trasformare il bordo del piatto in un’arena olimpica e il guanciale in primo piano in una scultura monumentale. Fate qualche passo indietro, inserite il tavolo, una mano, il vino e parte del ristorante, e improvvisamente la stessa focale acquista senso.
È proprio qui che il 35mm diventa interessante: non è tanto una lente per fotografare il cibo quanto una lente per raccontare dove, come e da chi quel cibo viene mangiato.
Perché il 35mm funziona così bene nella food photography
Il vantaggio principale del 35mm è semplice: mostra spazio.
Con un 85mm potete costruire uno splendido ritratto di un piatto. Con un macro 100mm potete infilare l’occhio tra i cristalli di sale di una focaccia. Il 35mm fa esattamente il contrario: allarga il racconto.
Dentro l’inquadratura possono entrare il piatto, il tavolo, un bicchiere, le mani dello chef, una parte della cucina o persino il locale.
È ciò che in fotografia viene spesso chiamato environmental food photography: il soggetto rimane il cibo, ma il contesto diventa parte dell’informazione.
Ed è proprio il motivo per cui questa focale può essere estremamente efficace per reportage gastronomici, recensioni di ristoranti, eventi, mercati, trattorie, cucine professionali e immagini editoriali.
Non è un caso che una guida generale alla food photography pubblicata da PetaPixel riporti l’esperienza di una fotografa che iniziò lavorando quasi esclusivamente con corpo macchina e 35mm, soprattutto realizzando servizi per recensioni di ristoranti.
Il terreno ideale del 35mm: ristoranti, cucine ed eventi
Se fotografate nei ristoranti sapete già qual è uno dei problemi principali: non c’è mai abbastanza spazio.
Dietro di voi c’è una sedia. Dietro la sedia c’è un cameriere. Dietro il cameriere probabilmente c’è qualcuno che vorrebbe semplicemente cenare senza essere investito dal vostro zaino fotografico.
Qui un 35mm diventa estremamente pratico.
Permette di fotografare una tavola senza dover arretrare di tre metri, raccontare lo chef mentre impiatta, includere una parte della cucina o costruire immagini dove cibo e persone convivono.
Nikon, parlando specificamente di fotografia gastronomica nei ristoranti, insiste proprio sull’importanza di essere rapidi, poco invasivi, lavorare con attrezzatura essenziale e sfruttare la luce disponibile, soprattutto quella proveniente dalle finestre.
Un 35mm f/1.8 o f/1.4 aggiunge un altro vantaggio: è luminoso.
In una sala poco illuminata potete lavorare con tempi sufficientemente rapidi senza portare immediatamente gli ISO nella stratosfera. Questo non significa automaticamente fotografare tutto a f/1.4 — scelta che spesso produce più problemi che vantaggi — ma avere uno o due stop extra disponibili può salvare una fotografia.
Per un reportage gastronomico, un set ragionevole potrebbe essere:
f/2 – f/2.8, 1/125-1/250 s, Auto ISO, regolando poi l’esposizione in funzione della luce.
Se entrano persone o mani nell’inquadratura, preferisco stare verso 1/200 o 1/250 s. Una mano che versa vino non aspetta il fotografo.
35mm e food photography: la vera questione è la distanza
Qui bisogna correggere una delle semplificazioni più diffuse quando si parla di grandangoli.
Si sente spesso dire che “il 35mm distorce la prospettiva”.
Non esattamente.
La prospettiva dipende principalmente dalla posizione della fotocamera rispetto al soggetto, quindi dalla distanza di ripresa. La focale determina invece quanto campo entra nell’immagine da quella posizione.
Il problema è che, usando un 35mm per riempire il fotogramma con un singolo piatto, siete costretti ad avvicinarvi molto più di quanto fareste con un 85mm.
Ed è quella vicinanza a produrre l’effetto.
Gli elementi vicini alla fotocamera diventano molto grandi rispetto a quelli più lontani. Un bordo del piatto può sembrare enorme, mentre la parte opposta appare piccola. Un bicchiere vicino al bordo dell’immagine può assumere proporzioni poco naturali.
Con focali più lunghe possiamo fotografare da più lontano, ottenendo proporzioni apparentemente più compatte e una rappresentazione generalmente più tranquilla. Non sorprende quindi che per fotografie frontali di food PetaPixel suggerisca spesso focali full frame comprese circa tra 70 e 120mm, proprio per ottenere una resa più controllata e ridurre gli effetti indesiderati della ripresa ravvicinata.
Quando NON usare il 35mm
Il 35mm diventa molto meno convincente quando l’obiettivo è realizzare un’immagine estremamente pulita e concentrata esclusivamente sul piatto.
Pensate alla fotografia di una torta per un catalogo di pasticceria.
Oppure a un raviolo, un tartufo affettato, la marezzatura di una carne, la superficie di un cocktail o la texture di un dessert.
In questi casi personalmente sceglierei quasi sempre un’altra lente.
Un 85mm offre una prospettiva più controllata e una bella separazione dal fondo.
Un 90-105mm macro permette di lavorare sui dettagli e sulle texture in modo completamente diverso.
Adobe mostra molto bene questa differenza confrontando, per esempio, la resa di piccoli ingredienti fotografati con una focale normale e quella ottenuta con un macro 100mm: il macro trasforma texture apparentemente insignificanti in veri soggetti fotografici.
Il 35mm può farlo? Tecnicamente magari sì, soprattutto se ha una buona distanza minima di messa a fuoco.
Ma non è questo il suo mestiere migliore.
Il 35mm nei flat lay: molto più interessante di quanto sembri
Il flat lay, cioè la fotografia perfettamente dall’alto, cambia completamente le regole.
Qui il 35mm può essere magnifico.
Supponiamo di fotografare una tavola con sei piatti, bicchieri, posate, tovaglioli, pane e bottiglie. Con un 50mm su full frame potrebbe essere necessario portare la fotocamera molto in alto.
E non sempre abbiamo uno stativo professionale sopra il tavolo. A volte abbiamo una sedia IKEA e una quantità discutibile di fiducia nelle nostre capacità acrobatiche.
Il 35mm permette invece di includere una superficie molto più ampia da una distanza relativamente contenuta.
Per questo può essere particolarmente utile per:
tavole apparecchiate, ricette con ingredienti, mise en place, scene di brunch, buffet, tavolate festive e fotografie editoriali dove molti elementi devono convivere.
Nei flat lay la cosa davvero importante è mantenere il sensore parallelo al piano del tavolo.
Se inclinate leggermente la fotocamera, le linee iniziano a convergere e la composizione perde rapidamente ordine.
PetaPixel sottolinea proprio come il flat lay dipenda dalla corretta relazione tra fotocamera, superficie e disposizione degli elementi: ciò che funziona frontalmente non necessariamente funziona dall’alto e viceversa.
Attenzione ai bordi dell’inquadratura
Con il 35mm c’è poi un secondo problema, diverso dalla prospettiva: la distorsione ottica dell’obiettivo.
Non tutti i 35mm sono uguali.
Alcuni presentano una leggera distorsione a barilotto, altri vengono corretti quasi completamente attraverso il profilo digitale della fotocamera o del software RAW.
Nel food questo diventa evidente soprattutto con oggetti geometrici:
piatti rotondi, bicchieri, bottiglie, tavoli, piastrelle e posate.
Il consiglio più semplice è anche il più efficace: non parcheggiate il soggetto principale negli angoli dell’inquadratura.
Lasciate un po’ di spazio e ritagliate successivamente.
Con i sensori moderni sacrificare qualche megapixel è spesso preferibile a ritrovarsi con una bottiglia di Barolo che sembra costruita da Gaudí.
35mm a f/1.4: bellissimo sulla scheda tecnica, meno spesso nel piatto
Le aperture molto luminose sono uno dei motivi per cui i 35mm sono così popolari.
Ma attenzione alla tentazione di fotografare qualsiasi cosa alla massima apertura.
A distanza ravvicinata la profondità di campo può diventare sorprendentemente ridotta.
Potete avere perfettamente nitido un raviolo e già fuori fuoco quello immediatamente dietro. A volte è esattamente ciò che vogliamo; altre volte sembra semplicemente un errore di messa a fuoco.
Per fotografare un piatto a tre quarti partirei generalmente da:
f/2.8-f/4 per immagini ambientate con separazione del fondo;
f/4-f/5.6 quando voglio maggiore leggibilità del piatto;
f/5.6-f/8 per flat lay e tavolate complesse.
Sono punti di partenza, non comandamenti.
Nikon suggerisce proprio aperture attorno a f/3.5 per scene frontali con un soggetto dominante, mentre per fotografie dall’alto indica f/5.6 come una buona base quando serve una porzione maggiore dell’immagine nitida.
E la luce? Il 35mm mostra anche tutti i vostri errori
Una lente larga non registra soltanto più tavolo.
Registra anche più luce, più sfondo e più caos.
È quindi fondamentale controllare l’intera scena.
Nella food photography la luce laterale rimane uno dei sistemi più affidabili per far emergere volume e texture, mentre il controluce può funzionare magnificamente con bevande trasparenti, glasse, miele e superfici lucide. Nikon sottolinea proprio l’efficacia della luce direzionale laterale o posteriore per costruire tridimensionalità nel food.
Con il 35mm questo aspetto diventa ancora più importante perché lo sfondo occupa una parte consistente dell’immagine.
Una cucina con illuminazione mista — finestra fredda, lampade al tungsteno, LED verdi sotto il bancone — può trasformare la correzione del colore in una piccola guerra civile.
Quando possibile, scegliete una fonte dominante.
Una finestra laterale con luce morbida è ancora una delle soluzioni più efficaci e meno complicate.
Dove mettere a fuoco con un 35mm
Quando la scena comprende diversi elementi, non scegliete automaticamente il centro dell’immagine.
La messa a fuoco deve raccontare quale elemento è il protagonista.
Se fotografate uno chef che appoggia un piatto sul tavolo, potrebbe essere il piatto.
Se state raccontando il gesto, potrebbero essere le mani.
Se avete un tavolo con quattro portate, può avere più senso mettere a fuoco il piatto visivamente dominante e chiudere leggermente il diaframma.
Il 35mm funziona molto bene quando costruite livelli di profondità:
un elemento vicino alla fotocamera, il soggetto principale al centro e qualcosa sullo sfondo.
È uno dei modi migliori per sfruttare davvero questa focale anziché usarla semplicemente come un 50mm che “fa entrare più roba”.
35mm contro 50mm: quale scegliere per fotografare il cibo?
Se dovessi consigliare una sola focale a chi sta iniziando a fotografare il cibo in casa, continuerei probabilmente a indicare il 50mm.
È più facile da controllare, più neutro, economico e sufficientemente versatile.
Anche Nikon lo considera un eccellente punto di partenza per chi entra nella food photography.
Ma se il lavoro comprende soprattutto ristoranti, reportage, viaggio e fotografia editoriale, la questione cambia.
In quel caso sceglierei molto volentieri il 35mm.
Non perché produca necessariamente immagini “migliori”, ma perché permette di reagire rapidamente agli eventi.
Puoi fotografare il piatto.
Un secondo dopo puoi girarti e fotografare lo chef.
Poi il tavolo.
Poi la sala.
Poi qualcuno che versa il vino.
Senza continuare ad arretrare, cambiare lente o chiedere a mezzo ristorante di spostarsi.
Ed è un vantaggio enorme.
35mm su APS-C: praticamente un’altra lente
Bisogna infine distinguere bene il formato del sensore.
Un 35mm montato su APS-C offre un angolo di campo equivalente circa a:
52,5mm su Nikon, Sony e Fujifilm APS-C con crop 1,5x;
56mm circa sulle Canon APS-C con crop 1,6x.
In pratica diventa una focale normale.
Scompare quindi buona parte del carattere grandangolare di cui abbiamo parlato.
Per un fotografo food che usa APS-C, un 35mm luminoso può essere addirittura una delle lenti più equilibrate dell’intero corredo: compatta, relativamente economica, luminosa e con una prospettiva molto naturale.
Se invece volete ottenere su APS-C un’inquadratura realmente simile a quella di un 35mm full frame dovete cercare qualcosa attorno ai 23-24mm.
È un dettaglio che spesso viene ignorato nelle guide alle focali, ma cambia completamente il giudizio su questa lente.
La vera forza del 35mm: raccontare il cibo senza imbalsamarlo
Il 35mm non è probabilmente la lente che sceglierei per fotografare una singola pralina di cioccolato destinata alla pagina pubblicitaria di un catalogo.
Ma datemi un piccolo bistrot, quattro persone sedute a un tavolo, bottiglie aperte, piatti che arrivano dalla cucina e una buona luce dalla finestra e diventa una delle focali più interessanti che esistano.
Perché costringe a pensare oltre il piatto.
Il 35mm nella food photography dà il meglio quando cibo, spazio e persone devono appartenere alla stessa storia. È veloce, luminoso, discreto e sufficientemente ampio da trasformare una semplice fotografia gastronomica in una piccola scena.
Ha anche un carattere preciso: se vi avvicinate troppo, enfatizza le proporzioni; se componete male, riempie l’immagine di elementi inutili; se mettete un piatto nell’angolo, può diventare un frisbee.
Ma sono esattamente questi limiti a renderlo interessante.
Il 35mm non perdona molto.
In compenso, quando viene usato bene, fa qualcosa che un tele corto difficilmente riesce a replicare: non mostra soltanto che cosa c’era nel piatto. Mostra cosa stava succedendo intorno a quel piatto.
