Si può usare il 35mm per fare food photography? Ecco la guida per usare questa lente in cucina
Il 35mm è una delle lenti più discusse, (vituperate, titillate, denigrate, amate dai nerd alternativi, ecc) in ambito food photography: per alcuni è imprescindibile, per altri è una trappola da cui stare alla larga. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Su un corpo full frame questa lunghezza focale si colloca già nel campo del grandangolo moderato, mentre su un sensore APS-C diventa più simile a un 50mm naturale. Questo dettaglio non è banale: cambia completamente il modo in cui la lente restituisce lo spazio, la prospettiva e persino l’atmosfera.
In generale, il 35mm non è l’obiettivo con cui scolpire il dettaglio perfetto di una torta o la texture di un risotto o almeno non è la prima lente che dovreste comprare per abbandonare la classica lente kit in dotazione. È una lente che respira: abbraccia più scena, porta dentro contesto, ambiente, relazioni con oggetti, mani e persone. È ideale quando il piatto non deve essere un’entità isolata ma parte di un racconto più ampio. E infatti…
Questa è la lente giusta per ristoranti ed eventi
Uno dei terreni di caccia naturali del 35mm sono i ristoranti e gli eventi gastronomici. Costretti spessissimo in location(🤡) spesso strette, con tavoli vicini e luci soffuse, questa focale consente di inquadrare molto senza arretrare troppo. Significa poter raccontare un tavolo intero con antipasti e calici di vino, oppure una sala affollata con i camerieri in movimento.
Il 35mm diventa quindi un alleato prezioso per chi lavora su commissione con locali e chef, perché non mostra solo il piatto ma l’atmosfera: il legno dei tavoli, la luce delle lampade, la disposizione delle sedie. È fotografia di food, sì, ma con un taglio quasi giornalistico. Non a caso molti fotografi di reportage culinario scelgono questa focale proprio per restituire un senso di autenticità e immediatezza.
Flat-lay: quando serve “spazio extra”
Il discorso cambia se ci si sposta nello studio e si lavora con flat-lay, le inquadrature dall’alto. Qui il 50mm resta la scelta più equilibrata perché mantiene proporzioni naturali senza introdurre deformazioni evidenti. Tuttavia, davanti a set particolarmente ampi, il 35mm diventa quasi obbligatorio.
Immagina una tavolata di Natale con decine di piatti, bicchieri, centrotavola e dettagli decorativi: per catturare tutto con un 50mm bisognerebbe salire su una scala o montare la fotocamera molto in alto. Il 35mm permette di risolvere la scena con meno acrobazie. Il prezzo da pagare è il rischio di distorsione: linee curve, piatti ovalizzati, bicchieri che sembrano inclinati. Per minimizzare il problema bisogna mantenere la fotocamera perfettamente parallela al piano e curare con precisione la composizione.
Il nodo della distorsione prospettica
La caratteristica più controversa del 35mm è proprio la distorsione. Quando ci si avvicina troppo a un soggetto, gli elementi in primo piano appaiono sproporzionati, mentre quelli sullo sfondo si rimpiccioliscono. In un piatto questo può tradursi in effetti spiacevoli: una fetta di torta che sembra enorme rispetto al resto, un bicchiere che appare allungato, stoviglie deformate ai margini.
Per chi lavora con uno stile pulito e raffinato, questo è un limite serio. Ma per chi cerca un linguaggio più diretto e spontaneo, la distorsione può diventare un tratto espressivo. Molti fotografi la usano di proposito per dare energia, dinamismo, rottura rispetto alla staticità della still life tradizionale. Il punto è conoscerla e scegliere consapevolmente se sfruttarla o evitarla.
Tecnica, diaframma e luce
Dal punto di vista tecnico, il 35mm offre alcuni vantaggi importanti. Molti modelli in commercio, come i vari 35mm f/1.8 o i più prestigiosi f/1.4, sono molto luminosi. Questo è un aiuto enorme in ristoranti poco illuminati o in set dove non si vogliono usare flash ingombranti: si può lavorare a mano libera senza spingere troppo gli ISO.
In studio, invece, conviene spesso chiudere il diaframma a valori come f/5.6 o f/8 per mantenere a fuoco più elementi della scena, soprattutto nei flat-lay complessi. Questo però comporta la necessità di più luce o di un treppiede per compensare i tempi più lunghi. Anche la posizione della messa a fuoco diventa cruciale: un 35mm con diaframma aperto ha una profondità di campo ridotta, quindi bisogna decidere con precisione quale dettaglio guidare l’occhio dello spettatore.
Non un bisturi, ma una finestra
In definitiva, il 35mm non è l’ottica da manuale per isolare il soggetto o esaltare i dettagli con eleganza chirurgica. È piuttosto una finestra che apre la scena, che mette in dialogo il piatto con l’ambiente, che trasforma la fotografia di food in racconto. Funziona magnificamente per reportage in ristoranti e per tavolate ampie, ma è meno indicata per primi piani o scatti “da rivista” dove la precisione geometrica è fondamentale.
La regola da portarsi a casa non è tanto “usalo” o “evitalo”, ma: conoscilo. Sapere che cosa comporta questa focale significa poter scegliere se sfruttarne l’ampiezza o evitarne le distorsioni. Il 35mm può essere un limite o una possibilità, a seconda di come lo si impugna. E in fotografia, come in cucina, spesso la differenza la fa proprio l’uso consapevole degli ingredienti.
