Allarme obesità: alta consapevolezza, bassa cura. I dati della nuova indagine nazionale
L’obesità è riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come una malattia cronica e recidivante, associata a un aumento significativo del rischio di patologie cardiovascolari, diabete di tipo 2, steatosi epatica, alcuni tumori e mortalità prematura. In Italia, tuttavia, persiste una distanza tra la percezione del problema e la sua gestione clinica: lo conferma una nuova indagine realizzata da Cittadinanzattiva e Federfarma, condotta su 5543 cittadini tramite 1509 farmacie distribuite sul territorio nazionale.
LA PERCEZIONE: L’OBESITÀ È MALATTIA, MA NON PER TUTTI
Secondo i dati raccolti, il 66,6% degli intervistati considera l’obesità una vera e propria malattia, il 27,3% la ritiene tale solo in parte, mentre il 6,2% non la considera affatto una condizione patologica. Tra coloro che la classificano come malattia, l’82,7% ritiene che debba essere affrontata al pari delle altre patologie croniche.
Sul piano sociale, quasi il 46,7% degli intervistati ritiene che l’obesità sia più diffusa tra le persone con svantaggio socio-economico, confermando un dato in linea con le evidenze epidemiologiche europee: maggiore esposizione a dieta povera di nutrienti, cibi ultra-processati a basso costo e minori opportunità di attività fisica.
COMPORTAMENTI E CURA: ADERENZA ANCORA DEBOLE
Dall’indagine emerge una criticità strutturale nella gestione terapeutica. Tra le persone che si dichiarano in sovrappeso:
- solo il 25% ha intrapreso un percorso di cura strutturato;
- il 35,7% non ha mai cercato supporto medico o specialistico;
- oltre il 33% ha abbandonato la terapia per mancanza di risultati o difficoltà nel seguirla.
La percezione del rischio è invece molto alta: il 90,1% associa l’obesità a malattie cardiovascolari, l’84% al diabete e il 68,9% alle patologie respiratorie. Per quanto riguarda le cause, il 92% dei rispondenti indica gli eccessi alimentari, il 90% la sedentarietà, mentre il 50% cita componenti metaboliche o patologie associate. Rilevanti anche i fattori psicologici ed ereditari nelle percezioni degli intervistati.
L’AUTOPERCEZIONE È DISTORTA: I DATI REALI SONO PIÙ GRAVI
Uno degli elementi più significativi riguarda la discrepanza tra percezione e realtà clinica. Il 44,8% del campione si considera normopeso e solo il 4,3% ammette di vivere con obesità. Tuttavia, la rilevazione dei parametri antropometrici mostra un quadro opposto: il 60% delle donne e il 60,2% degli uomini risulta in sovrappeso o in obesità.
Questa weight misperception è un fattore che, secondo l’OMS, ritarda la diagnosi e l’accesso alle cure, contribuendo alla progressione della malattia.
IL PESO DELLO STIGMA
L’indagine conferma anche il ruolo dello stigma: il 43,8% degli intervistati riconosce che discriminazione ed emarginazione ostacolano la cura, il 34,5% segnala discriminazioni nei contesti educativi o lavorativi e il 23,1% rileva pregiudizi sociali radicati (la persona obesa percepita come “pigra” o “demotivata”). Lo stigma è indicato dalle società scientifiche internazionali come fattore di peggioramento clinico.
SCIENZA E LINEE GUIDA: L’OBESITÀ VA TRATTATA COME UNA MALATTIA CRONICA
Secondo OMS, EASO e Ministero della Salute, l’obesità richiede:
- diagnosi precoce
- programmi multidisciplinari (nutrizione clinica, psicologia, attività fisica)
- trattamento continuativo nel tempo
- interventi farmacologici o chirurgici nei casi indicati
Le evidenze scientifiche internazionali confermano che le diete brevi non sono una terapia, e che la malattia trae origine da meccanismi biologici complessi che coinvolgono ormoni della fame e della sazietà (ghrelina, leptina), metabolismo e sistema nervoso centrale.
IL QUADRO CHE RESTA
I dati evidenziano un Paese consapevole della gravità della malattia, ma non ancora capace di affrontarla in modo clinicamente strutturato. Per gli esperti intervistati, le priorità restano tre: riconoscimento sociale della malattia, lotta allo stigma e maggiore accesso a percorsi terapeutici continuativi.
