Export sopra il 50%: il Parmigiano cresce fuori, ma arretra in casa
Il numero è potente, quasi celebrativo: 3,96 miliardi di euro di giro d’affari al consumo nel 2025, +13,5% su base annua. Il Parmigiano Reggiano segna un nuovo massimo storico e consolida il proprio status di prodotto simbolo dell’agroalimentare italiano. Ma sotto la superficie del dato aggregato si apre una dinamica meno lineare – e decisamente meno rassicurante.
Per la prima volta, le vendite all’estero superano quelle domestiche: 50,5% contro 49,5%. Non è un dettaglio statistico, ma uno slittamento strutturale.
Export in crescita, Italia in ritirata silenziosa
Il dato chiave non è tanto l’aumento della domanda internazionale (+2,7%), quanto la contrazione dei volumi in Italia, pari a circa il -10%. Il Parmigiano non perde consumatori, ma cambia il modo in cui viene acquistato: meno frequenza, porzioni più piccole, maggiore attenzione al prezzo.
È un segnale netto. Il prodotto regge in valore, ma arretra nella quotidianità alimentare italiana. In altre parole, si trasforma progressivamente da alimento diffuso a prodotto più selettivo, quasi premium.
Un passaggio coerente con il posizionamento globale, ma problematico sul piano culturale e domestico.
Prezzi in forte aumento: sostenibilità o tensione?
A sostenere il fatturato sono anche i prezzi, cresciuti in modo significativo:
- 13,22 €/kg per il 12 mesi (+20,6%)
- 15,59 €/kg per il 24 mesi (+24,8%)
Numeri che raccontano un prodotto forte sul mercato, ma pongono una domanda inevitabile: quanto è sostenibile questo livello di prezzo nel lungo periodo, soprattutto sul mercato interno?
Perché se l’export assorbe l’aumento, il consumatore italiano reagisce riducendo i volumi. Il rischio è evidente: tenuta del valore, erosione della base di consumo.
Produzione in crescita, filiera sotto pressione
La produzione segue una traiettoria espansiva: 4,19 milioni di forme nel 2025, +2,7% rispetto all’anno precedente. Tradotto in materia prima, significa oltre 2 milioni di tonnellate di latte, pari al 15,5% della produzione nazionale.
La filiera resta imponente:
- 287 caseifici attivi
- 2.103 allevatori
- 242.000 bovine coinvolte
- circa 50.000 addetti complessivi
Numeri solidi, ma che implicano anche un sistema rigido, con costi elevati e una forte dipendenza dall’equilibrio tra domanda e offerta. In un contesto di prezzi alti e consumi interni in calo, questo equilibrio diventa più fragile.
Geografia produttiva stabile, ma senza sorprese
La mappa produttiva resta sostanzialmente invariata: Parma guida con 1,39 milioni di forme, seguita da Reggio Emilia, Modena, Mantova e Bologna. Nessuna discontinuità, nessuna redistribuzione significativa.
Segno di una filiera consolidata, ma anche poco elastica.
Il vero tema: successo globale, fragilità domestica
Il Parmigiano Reggiano continua a funzionare perfettamente come prodotto internazionale ad alto valore aggiunto. L’export cresce, il brand tiene, i prezzi salgono.
Ma il dato strutturale è un altro: l’Italia compra meno.
Non è un crollo, ma un lento scivolamento. E questo apre una tensione strategica: un prodotto identitario che si rafforza all’estero mentre perde centralità nel suo mercato d’origine.
Nel breve periodo è sostenibile. Nel lungo, molto meno.
