Vino senza alcol, l’Italia entra nel mercato globale con il primo hub produttivo in Veneto
L’Italia del vino, dopo anni di resistenze culturali e ritardi normativi, entra ufficialmente nel mercato dei vini dealcolati. A Susegana, in provincia di Treviso, la cooperativa Ceviv ha attivato il primo grande impianto italiano completamente operativo e autorizzato per la produzione di vini dealcolati e parzialmente dealcolati. Un investimento che segna un cambio di paradigma per uno dei settori più identitari del Made in Italy.
La struttura, sviluppata insieme a Omnia Technologies, ha una capacità produttiva superiore ai 7 milioni di bottiglie annue tra vini fermi e spumanti a basso o nullo contenuto alcolico. Non si tratta di un piccolo esperimento da nicchia salutista: è un’infrastruttura industriale progettata per entrare in un mercato globale che cresce molto più rapidamente del vino tradizionale.
Perché l’Italia è arrivata tardi
Fino a pochi mesi fa molte aziende italiane erano costrette a spedire il vino in Germania o Spagna per effettuare la dealcolazione, perché mancava un quadro normativo e fiscale chiaro sul territorio nazionale. Solo a fine 2025 il decreto interministeriale Masaf-Mef ha definito regole, accise e autorizzazioni per la produzione italiana di vini dealcolati.
Il ritardo non era tecnologico, ma culturale. Una parte importante del mondo vitivinicolo italiano ha considerato per anni il vino dealcolato quasi una bestemmia enologica, incompatibile con concetti come terroir, denominazione e tradizione. Nel frattempo però il mercato internazionale correva.
Secondo i dati dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly, il segmento No-Lo (no alcohol e low alcohol) vale oggi circa 2,4 miliardi di dollari a livello globale e potrebbe superare i 3,3 miliardi entro il 2028. Negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Germania il comparto cresce a doppia cifra, spinto soprattutto dai consumatori under 40 e da una domanda sempre più orientata verso moderazione, wellness e riduzione calorica.
Come funziona la dealcolazione
La tecnologia installata in Veneto utilizza sistemi a membrana e distillazione sottovuoto a bassa temperatura. È un dettaglio tecnico fondamentale, perché il vero problema del vino dealcolato non è togliere l’alcol — quello si fa da anni — ma evitare di distruggere aromi, struttura e identità sensoriale del vino durante il processo.
L’impianto lavora separando inizialmente alcune componenti tramite membrane selettive e recuperando poi il bouquet aromatico con colonne di distillazione operate a temperature molto basse. Più si abbassa la temperatura, minore è il danno aromatico. È una corsa tecnologica molto sofisticata che assomiglia ormai più all’ingegneria alimentare avanzata che alla vinificazione tradizionale.
Ed è proprio qui che nasce il vero confronto tra vecchio e nuovo mondo del vino.
Il vino dealcolato divide il settore
Molti produttori tradizionali continuano a guardare il segmento con sospetto. Tecnicamente il problema è reale: l’alcol non è soltanto una sostanza psicotropa, ma una componente strutturale del vino. Trasporta aromi, modifica la percezione gustativa, incide su corpo e persistenza.
Togliere l’alcol senza impoverire il vino è estremamente difficile. E infatti gran parte dei prodotti dealcolati oggi sul mercato internazionale resta qualitativamente mediocre, con profili aromatici semplificati, zuccheri compensativi e una certa standardizzazione industriale.
Lo sanno bene anche le aziende italiane che stanno entrando nel segmento. Il vero obiettivo non è produrre “vino senz’alcol” qualsiasi, ma evitare che il comparto venga colonizzato da bevande anonime travestite da vino premium.
Perché però il mercato crescerà comunque
Nonostante le resistenze, il settore vede ormai il fenomeno come strutturale. I dati NielsenIQ mostrano crescite molto forti soprattutto nei mercati anglosassoni e del Nord Europa. In Germania il comparto No-Lo è cresciuto del 46%, nel Regno Unito del 20% e negli Stati Uniti del 18%.
Il punto è semplice: una parte crescente dei consumatori vuole continuare a partecipare al rituale sociale del vino riducendo però l’assunzione di alcol. Salute, fitness, guida, consumo diurno e nuove abitudini generazionali stanno cambiando il mercato più rapidamente delle ideologie del settore.
Secondo le stime Uiv-Vinitaly, la produzione italiana di vino dealcolato potrebbe aumentare del 90% già nel 2026, con export destinato a rappresentare oltre il 90% delle vendite iniziali.
Il Veneto si muove prima degli altri
Non è casuale che il primo grande impianto italiano nasca proprio in Veneto. Il sistema Prosecco e il mondo spumantistico veneto sono tra i più industrialmente evoluti d’Europa: grandi volumi, forte orientamento export e capacità tecnologica elevata.
L’enologo Bernardo Piazza, alla guida del progetto Ceviv, parla apertamente di una nuova categoria destinata a crescere soprattutto tra consumatori attenti a calorie, moderazione e benessere. Il progetto coinvolge anche il Dipartimento di Enologia dell’Università degli Studi di Padova.
La sfida vera, però, sarà un’altra: riuscire a produrre vini dealcolati che abbiano ancora un’identità territoriale riconoscibile. Perché se il vino perde completamente il legame con territorio, vitigno e cultura, allora smette di essere un prodotto agricolo complesso e diventa soltanto una bevanda tecnica.
