Iran e Stretto di Hormuz, l’allarme degli industriali: energia più cara e PIL italiano fino a -0,7%
La guerra in Iran entra già nei numeri dell’economia italiana. Nelle previsioni di primavera 2026, il Centro studi di Confindustria ha rivisto al ribasso la crescita del PIL italiano per il prossimo anno: lo scenario base ora indica +0,5% nel 2026, cioè 0,2 punti in meno rispetto alle stime di ottobre, assumendo però che il conflitto si esaurisca entro la fine di marzo. Secondo gli industriali, questo scenario resta fragile e poggia su ipotesi considerate ottimistiche.
Il quadro peggiora rapidamente se la crisi in Medio Oriente si prolunga. Nello scenario B, con guerra fino a giugno e Stretto di Hormuz sostanzialmente chiuso durante il conflitto, l’economia italiana nel 2026 resterebbe ferma allo 0%, entrando in stagnazione; nello scenario C, con guerra protratta fino a fine anno, il PIL italiano scenderebbe dello 0,7%, con un 2027 ancora negativo a -0,1%. Confindustria lega questo deterioramento al combinato di energia più cara, commercio internazionale più debole, maggiori costi di trasporto e incertezza crescente per famiglie e imprese.
Il nodo centrale è energetico. Nel caso migliore, il Brent salirebbe in media a 78 dollari al barile nel 2026 dai 69 del 2025, mentre il gas europeo arriverebbe a 41 euro/MWh dai 36 del 2025. Nello scenario base, petrolio e gas insieme aumenterebbero del 12% nel 2026 rispetto all’anno precedente; con guerra fino a giugno l’incremento arriverebbe al 60%, e con conflitto fino a fine 2026 al 133%.
Per la manifattura italiana il conto sarebbe pesante. Con quattro mesi di guerra, le imprese industriali si ritroverebbero a pagare 7 miliardi di euro in più di bolletta energetica nell’arco dell’anno; se il conflitto non si fermasse entro dicembre, l’aggravio salirebbe a 21 miliardi. Confindustria segnala inoltre che, nello scenario intermedio, l’incidenza dei costi energetici sui costi totali della manifattura salirebbe dal 4,9% del 2025 al 5,9% del 2026.
La trasmissione all’economia reale passerebbe anche dai prezzi. Nel quadro base del CSC, l’inflazione italiana nel 2026 è attesa in rialzo fino a una media del 2,5%, dopo l’1,5% del 2025, con un picco vicino al 3% nel corso dell’anno. Questo frenerebbe i consumi, che Confindustria vede in crescita limitata al +0,7%, e ridurrebbe ulteriormente il potere d’acquisto delle famiglie, già condizionato dal forte aumento dell’incertezza.
Anche l’export entrerebbe in una zona più scomoda. Nello scenario base, le esportazioni italiane crescerebbero appena dello 0,6% nel 2026; nello scenario con guerra fino a giugno passerebbero invece in territorio negativo, con una contrazione di circa -0,7%, mentre gli investimenti rallenterebbero sensibilmente e l’occupazione resterebbe quasi ferma. In caso di conflitto protratto per tutto l’anno, il peggioramento sarebbe più diffuso: investimenti a -0,8%, export a -1,6% e domanda interna indebolita.
Sul fronte europeo, il Centro studi di Confindustria prevede un’Eurozona in frenata all’1,1% nel 2026, con un recupero all’1,3% nel 2027. Ma il rischio, secondo gli industriali, è che il rialzo dell’inflazione costringa la BCE a invertire la rotta sui tassi: nello scenario base viene ipotizzato un aumento di 0,25 punti entro dicembre 2026; con quattro mesi di guerra il rialzo salirebbe a 1 punto, con dieci mesi a 2 punti.
Il MEF, nel Programma trimestrale di emissione del II trimestre 2026, ha adottato una linea prudente ma coerente con l’allarme lanciato da Confindustria: il ministero scrive che, se il conflitto in Medio Oriente dovesse protrarsi, gli effetti negativi sulla crescita potrebbero estendersi oltre il breve periodo, colpendo sia gli approvvigionamenti energetici sia la fiducia di imprese e consumatori. Eventuali aggiornamenti alle stime macroeconomiche saranno valutati nel documento di finanza pubblica di aprile.
Da Viale dell’Astronomia la richiesta è esplicita: servono misure urgenti italiane ed europee. Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha parlato della necessità di una risposta “incisiva e forte”, evocando strumenti comuni sul modello della fase Covid, dagli Eurobond a un vero mercato unico europeo dell’energia. Il direttore del Centro studi Alessandro Fontana ha avvertito che, con il blocco di Hormuz e i rischi sulla produzione del Golfo, l’Italia rischia “una crisi energetica come non l’abbiamo avuta mai nella storia”. Alla presentazione del rapporto, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha assicurato l’impegno del governo, sintetizzando la linea dell’esecutivo con una frase: “Ce la faremo anche questa volta”.
