ArcheoVinum 2026: a Firenze il vino incontra l’archeologia e riscopre tecniche di duemila anni fa
Il rapporto tra vino e archeologia smette di essere un semplice racconto evocativo e diventa materia di studio scientifico e progettazione culturale. Succede a Firenze, dove sabato 28 febbraio 2026, all’interno di tourismA – Salone Archeologia e Turismo Culturale, debutta ArcheoVinum, primo convegno nazionale dedicato all’incontro tra patrimonio archeologico e produzione vitivinicola contemporanea.
L’iniziativa, promossa dall’Università di Bari, riunisce archeologi, storici del paesaggio, enologi e produttori impegnati in un ambito sempre più rilevante: la valorizzazione dei territori attraverso la continuità tra pratiche agricole antiche e viticoltura moderna.
Tra i casi studio presentati emerge quello dell’Azienda Agricola Arrighi, realtà dell’Isola d’Elba che negli ultimi anni ha costruito un progetto produttivo direttamente collegato alle evidenze archeologiche romane presenti sull’isola.
Può l’archeologia cambiare davvero il modo di fare vino?
Nel caso elbano la risposta è sì, e non per ragioni estetiche o di marketing. Gli scavi della villa romana di San Giovanni, nella rada di Portoferraio, condotti dall’Università di Siena sotto la direzione degli archeologi Franco Cambi e Laura Pagliantini, hanno riportato alla luce strutture produttive vinicole perfettamente riconoscibili.
Tra i ritrovamenti più significativi figurano i dolia defossa, enormi contenitori in terracotta interrati utilizzati dai Romani per fermentazione e conservazione del vino. Ogni recipiente poteva contenere oltre mille litri e l’impianto scoperto suggerisce una capacità produttiva complessiva superiore ai 6.000 litri, prova concreta che l’Elba era già duemila anni fa un territorio vitivinicolo organizzato.
È proprio da questa evidenza storica che nasce la scelta produttiva della famiglia Arrighi: tornare alla vinificazione in anfora, non come tendenza contemporanea ma come ricostruzione filologica di una pratica locale documentata archeologicamente.
L’anfora non è nostalgia: cosa cambia davvero nel vino
Dal punto di vista enologico, la terracotta rappresenta uno dei materiali più studiati negli ultimi anni. La sua micro-ossigenazione naturale, unita all’assenza di aromi ceduti dal contenitore, consente un’evoluzione del vino diversa rispetto a legno o acciaio.
Il risultato è un profilo che privilegia integrità varietale, struttura tannica più fine e una lettura diretta del terroir. In questo contesto nascono alcune delle etichette simbolo dell’azienda.
Valerius, IGT Toscana bianco da Ansonica in purezza, prende il nome da Valerio Messalla, proprietario romano della Villa delle Grotte. Il vino diventa così un ponte narrativo tra produzione contemporanea e storia imperiale.
Ancora più suggestiva è la storia di Hermia, bianco da Viognier fermentato e affinato in terracotta. Il nome appartiene a una figura realmente esistita: uno schiavo cantiniere della villa romana che, oltre duemila anni fa, acquistò gli orci vinari a Minturno incidendo il proprio nome accanto a un delfino. Recuperare quell’identità significa restituire voce a chi lavorava il vino nell’antichità, spesso invisibile nei racconti storici.
Il vino marino che nasce da una ricerca universitaria
Tra i progetti più studiati presentati ad ArcheoVinum figura Nesos, esperimento enologico sviluppato con il supporto scientifico del professor Attilio Scienza (Università di Milano) e della professoressa Angela Zinnai (Università di Pisa).
Il vino si ispira alle tecniche documentate nell’antica Grecia, in particolare sull’isola di Chio, dove veniva prodotto quello che gli autori latini definivano il “vino degli dei”.
La procedura prevede l’immersione delle uve di Ansonica in mare per cinque giorni, tra sette e dieci metri di profondità. L’acqua marina penetra per osmosi negli acini senza romperli, svolgendo un’azione antisettica naturale. Dopo l’appassimento su stuoie, le uve vengono vinificate in anfora con fermentazione spontanea, senza lieviti selezionati né solfiti aggiunti.
La produzione resta volutamente limitata: circa 270 bottiglie numerate, configurando Nesos più come progetto di archeologia sperimentale applicata al vino che come semplice etichetta commerciale.
Perché ArcheoVinum segna un cambio di prospettiva nel vino italiano
Il convegno fiorentino affronta un tema sempre più centrale nel panorama europeo: l’integrazione tra beni archeologici, paesaggio agricolo e sviluppo economico sostenibile. Non si tratta soltanto di tutela del passato, ma di nuovi modelli di valorizzazione territoriale capaci di unire ricerca accademica, turismo culturale ed enologia di qualità.
In questo scenario il vino diventa archivio vivente della storia agricola mediterranea, capace di raccontare continuità produttive lunghe millenni.
E forse è proprio qui il punto più interessante emerso da ArcheoVinum: alcune innovazioni del vino contemporaneo non guardano al futuro, ma stanno semplicemente tornando molto indietro.
