Perché nel mondo del vino le donne contano ancora meno, nonostante i numeri
Portare la questione di genere nel mondo del vino non come tema laterale, ma come nodo strutturale di un settore che continua a vivere di contraddizioni. È questo il senso dell’incontro “L’uva è donna”, ospitato alla Slow Wine Fair di Bologna, manifestazione diretta artisticamente da Slow Food e forte di oltre mille cantine aderenti al manifesto del vino buono, pulito e giusto. Un contesto privilegiato per accendere i riflettori su un contributo femminile decisivo, spesso invisibile, e su un sistema agricolo che continua a riprodurre disuguaglianze profonde.
Il punto di partenza è una distorsione culturale ancora dura a morire: l’idea che l’eccellenza, soprattutto in agricoltura e nel vino, sia un territorio naturalmente maschile. Una narrazione che non regge più di fronte ai numeri e alle storie, ma che continua a influenzare condizioni di lavoro, riconoscimento professionale e retribuzioni. In agricoltura, il lavoro femminile vale ancora meno, in termini economici e simbolici.
I dati parlano chiaro. Secondo lo studio “(Dis)Uguali. Le donne valgono meno”, realizzato dall’Osservatorio Placido Rizzotto, le lavoratrici agricole percepiscono in media circa 1.800 euro lordi annui in meno rispetto ai colleghi uomini. Un divario che non dipende dall’età, dal titolo di studio o dalla provenienza geografica, ma da un sistema che continua a relegare le donne in ruoli marginali, spesso informali, spesso non riconosciuti come vero lavoro. A questo si aggiunge un carico invisibile di cura domestica e familiare che resta quasi interamente sulle loro spalle.
Eppure, proprio il vino mostra segnali di controtendenza. Secondo i dati Cribis–Crif, il 28% delle cantine italiane è oggi guidato da donne. In vigna e in cantina la presenza femminile si attesta intorno al 14%, ma cresce sensibilmente lungo la filiera: le donne rappresentano circa l’80% degli addetti a marketing e comunicazione, oltre la metà delle figure commerciali e più di tre quarti di chi accoglie l’enoturismo, come rilevato da Nomisma nel 2022. Un paradosso evidente: molte donne “reggono” il racconto, la vendita e l’esperienza del vino, ma faticano ancora a essere riconosciute come protagoniste del processo produttivo.
«Il femminile è ancora costretto dentro stereotipi che rendono i percorsi più impervi, e quando una donna arriva a un traguardo, spesso lo fa “nonostante”», ha sottolineato Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia, aprendo il confronto. Un’osservazione che trova riscontro nelle testimonianze raccolte da Laura Donadoni, giornalista, scrittrice e sommelier, autrice di libri che hanno dato voce a esperienze rimaste a lungo sommerse. Donne non ascoltate, sminuite, talvolta ricattate. Racconti che hanno spinto Donadoni a trasformare il lavoro narrativo in impegno concreto.
Da qui nasce “Grapes of Change”, progetto europeo che punta a costruire strumenti reali di cambiamento. L’obiettivo è creare un osservatorio sull’inclusività delle donne nel settore vitivinicolo, raccogliendo dati, interviste e analisi in otto Paesi europei, coinvolgendo oltre 150 aziende. I risultati serviranno non solo a fotografare lo stato delle cose, ma a dialogare con le istituzioni e offrire strumenti formativi alle imprese, affinché il cambiamento non resti un esercizio retorico.
Storie di trasformazione quotidiana arrivano anche dalle cantine. Come quella di Franca Miretti, oggi alla guida della Cantina del Pino a Barbaresco. Una traiettoria personale e professionale segnata da scelte radicali, dalla perdita, dalla responsabilità improvvisa e dalla necessità di costruire una propria autorevolezza in un contesto storicamente maschile. Il percorso verso la vinificazione, inizialmente affrontato con dubbi e insicurezze, si è trasformato nel tempo in una strada autonoma, fatta di competenza, visione e resilienza. Anche grazie al sostegno di reti come il Consorzio e Slow Wine, decisive soprattutto nei momenti più critici, come durante la pandemia.
La forza del cambiamento passa anche dal fare squadra. Dal non sentirsi sole. È su questo terreno che nascono iniziative come quella raccontata da Amelia Birch, sommelier e imprenditrice australiana, fondatrice a Sydney di un wine bar e bottle shop che espone e valorizza esclusivamente vini prodotti da donne. Una scelta politica e culturale prima ancora che commerciale. Rendere visibile ciò che spesso resta ai margini significa offrire opportunità, proteggere territori, sostenere modelli produttivi rispettosi dell’ambiente e delle persone. Ogni bottiglia diventa così un atto di responsabilità.
Ma la fotografia complessiva resta dura. Il lavoro dell’Osservatorio Placido Rizzotto restituisce l’immagine di circa 300 mila donne impegnate in agricoltura, un numero probabilmente sottostimato se si considerano il lavoro informale e irregolare. Alle donne va appena un quarto della massa salariale del settore. Molte sono migranti, esposte a vulnerabilità multiple, confinate in ruoli invisibili, talvolta in contesti di grave sfruttamento e violenza. Raccontare queste condizioni non è solo un esercizio di analisi: è un atto politico, sindacale e civile.
Il volume si apre con il ricordo di Paola Clemente, morta di fatica mentre lavorava come bracciante in un vigneto nel 2015. Una morte che ha scosso le coscienze e contribuito all’approvazione di una delle leggi più avanzate in Europa contro il caporalato. Un monito che resta attuale.
«Serve una rappresentanza politica e sindacale di genere strutturale», ha concluso Barbara Nappini. «E serve capire che la diversità non è una concessione, ma una ricchezza. Quando manca una voce, non perde solo chi non viene ascoltato: perde l’intera società».
