Wine Dharma

DharMag luglio 2017 Il vino naturale non esiste, ma possiamo parlare di Umanesimo del vino? Assaggiate il Ponte di Toi Vermentino di Stefano Legnani e poi ne parliamo

Vendemmia 2017, grappoli di uva in Emilia Romagna, vigne Colli di Imola Spesso si parla di vino naturale, vino vero e buono e vino cattivo, industriale, sono le classiche, inutili discussioni che scoppiano come gli incendi in estate. Si affibbia la colpa ad un piromane senza volto o ad un pensionato sbadato che si addormenta nella pineta con il sigaro in bocca…

Ma in realtà dietro questa diatriba si cela la dicotomia che sta spaccando il mondo del vino. Un divisione, a volte faziosa e acrimoniosa, che vuole dividere il mondo in buoni e cattivi.

Ma diciamocelo, dire vino naturale è semanticamente una corbelleria. Il vino non nasce da solo, non cresce, non matura, è sempre l’uomo a guidare la nature. E lo diciamo da grandi appassionati di vini che (dovremmo dire) vengono prodotti nella maniera più naturale possibile, ma ancora non ci siamo.

Non è la definizione giusta. Anzi è fuorviante; forse non se ne rendono conto i produttori naturali, ma loro lasciano un segno indelebile nelle proprie creazioni.

Per cui più che movimento naturale stiamo assistendo ad una rivoluzione rinascimentale del vino: l’umanesimo del vino.

L’uomo e la sua vigna sono protagonisti di una rinascita, si liberano dalla sovrastruttura e dall’eccesso tecnico per ricercare un vino più espressivo, radicale e che possa essere libero di rappresentare un territorio.

Perché parliamoci chiaro, se assaggiate una bottiglia di Arianna e Andrea Occhipinti, di Stefano Legnani, di Eugenio Rosi, il Lambrusco di Paltrinieri, il Sangiovese di Pacina e Maria Galassi, il Sauvignon della Castellada, Radikon, Ca del Vent, riconoscerete lo stile, una parte della loro anima che è stata infusa nel vino. Anima è una parola grossa, ma consideriamo il significato originario di soffio.

Ma è naturale che sia così, loro scelgono quali grappoli vinificare, quanto dura la macerazione, se la fermentazione è spontanea, l’affinamento, lo plasmano. E allora torniamo al paradosso di questo vino cosiddetto naturale, ma che in realtà ha un DNA ancora più forte di quello di un vino convenzionale.

Certo a Fornovo trovate anche vini abominevoli, con puzze tremende che vi faranno tremare le ginocchia e venire voglia di strapparvi il naso a colpi di machete, tuttavia è innegabile che questo movimento abbia sensibilizzato sia produttori che consumatori, spingendoli ad una svolta, ad un consumo più consapevole e ad una produzione più pulita.

E noi essendo avidi consumatori, non possiamo che rallegrarci di una maggiore attenzione per la sostenibilità (in tutti i sensi) del vino. Questo non è un attacco ai produttori convenzionali, anzi la diatriba tra vini veri e vini convenzionali ci lascia del tutto indifferenti dal punto di vista bellico e di marketing, potrebbe anche essere Mazinga contro Goldrake. Non tutti possono essere biologici o biodinamici, ma ricordatevi che siamo noi consumatori a scegliere cosa comprare e quindi sapere cosa c’è in ogni bottiglia è un nostro diritto e dovere.

Ponte di Toi Vermentino di Stefano Legnani recensione, prezzo, vino naturale Bene, il ditirambo è finito, sebbene non dovesse essere così lungo, perché volevamo parlarvi di un grande vino che abbiamo assaggiato ultimamente. E che ci ha colpito per la sua perfetta imperfezione: il Ponte di Toi. Il Pigato, Vermentino in purezza, di Stefano Legnani.

È un vino puro e duro, ma scolpito nella salsedine delle Liguria con soavità incredibile. È un vino senza compromessi che sa tradurre in infinite sfumature di eleganza l’aria, la terra e l’acqua di Sarzana, è un vino simbolo della rivoluzione umanistica del vino.

E sono i suoi mille volti a spingerci a berne ancora un sorso e a dichiararlo vino vero, perché non si limita ad una sola dimensione, non ha solo slancio verticale, ma si espande come l’alba, come la luce, i suoi profumi si intrecciano a note contrastanti morbide e salmastre, altre leggermente ossidate, ma soprattutto sono intensità, persistenza e spessore in bocca a risultare esaltanti.

Il bouquet del Ponte di Toi 2016 di Stefano Legnani

Il naso è ancora timido, non va bevuto troppo ghiacciato altrimenti ne esce mortificato e contratto. Ma dategli un paio di ore e avrete i profumi solari del Vermentino, una ridda di erbe aromatiche, il sale del mare, pesche, poi ancora salvia, cedro e macchia mediterranea. Ma perché ve li elenchiamo per fare i fighi? No, solo per aprire uno spiraglio su un capolavoro, mettervi la pulce al naso.

Il sapore del Ponte di Toi 2016 di Stefano Legnani

In bocca è pieno, sontuoso, solcato da rivoli di sale. E poi ritornano qui toni balsamici che si sentivano al naso, quasi resine. La struttura è molto ampia, lo spessore si prende a morsi, forse manca ancora un pelo di equilibrio, ma questa annata 2016 è stata imbottigliata da poco ed è ancora giovane, ma merita un posto d’onore nella vostra cantina nei prossimi anni. Aspettate ancora 2 anni e sarà stupendo. Persistenza da urlo, finale di fiori di arancio, acacia e menta.

Abbinamenti consigliati per il Ponte di Toi 2016 di Stefano Legnani

Pesce al bbq, vellutata di cannellini con gamberi e tradizionale di Modena, spaghetti allo scoglio, pasta con le sarde, spaghetti di asparagi con fonduta di pecorino.

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